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lunedì 27 aprile 2020

V-WARS






W WARS di Massimo Mazzoni
COPERTINA: Massimo Mazzoni
EDITING: Bruno Bacelli e Alexsej S.
100 pagine circa, 17.000 parole circa, 1,49 Euro


SINOSSI:
2020: mentre il mondo sta combattendo la pandemia di Covid 19, qualcosa si muove sotto i nostri piedi, qualcosa di subdolo e silenzioso come il virus, ma molto più letale e intelligente.
Uscito all'aria aperta, il nuovo nemico inizia a uccidere, prima casa per casa, poi in campo aperto, per cielo, per terra e per mare.
È l'inizio di una nuova guerra.2028: l'umanità ha perso molto terreno contro il mondo vegetale, che sembra deciso a risolvere il problema umano “alla radice”.
E mentre si prepara l'ultima risolutiva battaglia tra le Guardie Forestali e le schiere di micidiali alberi sterminatori dell'umanità, il veterano Franzi sa che l'unico albero buono è un albero morto.V wars, una novelette di fantascienza postapocalittica militare senza sconti per nessuno, mammifero o vegetale che sia!


PRESENTAZIONE -  L'idea per V-Wars risale all'estate del 2017, quando mi sono imbattuto per caso nella storia di Old Tjikko, un albero clonale le cui radici hanno quasi diecimila anni. Diecimila anni son tanti, e se fosse diventato senziente, in tutto questo tempo? Idea non troppo originale, a dire il vero, visti gli Ent di Tolkien.
Finiti e pubblicati gli altri lavori in cantiere, l'anno successivo ho iniziato a scriverlo e nei successivi due l'ho ripreso e interrotto più volte. Nel frattempo si sono aggiunte esperienze che mi hanno ispirato durante la stesura, come la mia partecipazione al corteo del Gioco del Ponte, che si svolge a fine Giugno a Pisa. I corpi armati di V-Wars e alcuni suoi membri sono infatti ispirati alle GCCC (Guardie al campo con corazza) di Tramontana, la parte della città a Nord dell'Arno.
Ne è venuta fuori una storia di fantascienza militare, in cui gli ultimi uomini combattono una logorante guerra col mondo vegetale, deciso a farcela pagare per tutte le nostre malefatte. Quindi siamo nel campo delle apocalissi ecologiche e non posso non citare qui i Trifidi di Whyndham, ospitato in un easter egg abbastanza nascosto. Se lo trovate fatemi sapere!
Oltre a tutto questo si sono innestati la malattia di mia madre e la pandemia di Covid-19. Queste ultime due cose mi hanno dato la spinta per terminare la storia che state per leggere, anche se forse gli han dato una sfumatura un po' più tetra, rispetto alle produzioni precedenti.
Come sempre mi sono avvalso dei consigli dei compari di MoonBaseFactory, in particolare Bruno Bacelli e Cristiano Pugno, che mi hanno letto in anteprima e Davide Mana che mi ha dato due dritte per la sinossi. 
Infine un consiglio: se vi piacciono le storie postapocalittiche visitate il gruppo Facebook "Contaminations", ne vale la pena.
Buona lettura!


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Se non avete il kindle, niente paura, ecco le applicazioni GRATUITE per leggere comodamente l'ebook:
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martedì 17 luglio 2012

Il destino dei miei personaggi

Questo post mi è stato ispirato da Germano "Hell" Greco il magnifico messere, custode del blog Book and Negative, nel quale ha recentemente parlato dei personaggi che giacciono nel suo limbo scrittorio. Quei tipi cioè che, per un motivo o un altro, non sono riusciti a completare le loro avventure perchè il loro creatore li ha abbandonati a loro stessi, nei freddi anfratti dei dischi rigidi. Alcuni avevano nomi e cognomi e una storia da raccontare, ma non ce l'hanno fatta a sconfiggere il più temibile degli avversari: l'oblio. Penso sia naturale per chi scrive avere un simile posto per i propri personaggi, in fondo è da lì che vengono tutti, nello spazio tra coscienza e inconscio ed è lì che poi tutti tornano, se chi li pensa non vuole o non può, fissarli su carta o su file.

Può accadere che il purgatorio sia temporaneo, oppure che diventi definitivo e non c'è, ovviamente, un perché, come molte delle cose della vita. Spesso questo oblio non significa neanche che quel dato personaggio non fosse abbastanza interessante da meritare di rimanere fissato su un supporto di memoria (fisico o virtuale che sia), è successo così, il treno ormai è passato e non ci si può (forse) più fare niente.
E allora ecco alcuni dei miei personaggi dimenticati, magari per sempre, magari no.

Misha Karinkov: figlio del presidente della Confederazione Boreale, una confederazione di stati che in un futuro non troppo lontano ha sconfitto la controparte Australe in un conflitto con armi all'antimateria. Ma la pace è arrivata, si stanno per firmare i trattati ma Misha, responsabile della sicurezza del summit, nota qualcosa di strano in alcuni australi...Questo è forse il mio primo progetto da scribacchino, dal taglio scincefiction, risalente al 1996, scritto in parte con un'Amiga600 e poi trasferito su Pc dopo passaggio su carta. Ne ho scritto mi pare due capitoli e da qualche parte ho la scaletta per una  trilogia (?!) vergata a lapis nella mia grafia ittita. Ogni tanto mi torna in mente, è sempre lì, all'inizio della lista degli incompiuti.

Adriano: un impiegato ventenne, amante dei red hot chili peppers e della sua collega carina. Non ama i rave parties ma ci finisce dentro lo stesso e ne uscirà cambiato per sempre in modo direi...radicale. Ah non riesce bene a battere a macchina e questo è una cosa fondamentale. Adriano è nato nel 2000 durante il mio servizio civile, è stato scritto tutto a mano sui fogli intestati del Comune per cui svolgevo il servizio. Ne è uscito un racconto di media lunghezza ribattuto nel 2001 a pc, che nessuno, tranne un amico, ha mai letto. Ne ho scritto un seguito, interrotto dopo poche pagine.

Loris: nel 2004 arriva Loris, giocatore di Rugby, ha un amico gay e lavora come vigilante notturno, ha una vita normale fino a quando non scopre che un insospettabile vicino, gran lavoratore-casa-famiglia uccide e si mangia il proprio cane.
Questo ha ancora del potenziale per diventare un horror apocalittico di provincia, mi pare di aver scritto due/tre capitoli e lo schema in power point; chissà ora che di apocalissi ne ho masticate magari...

Dayron Dago: un adolescente alle prese con il classico rito di passaggio. Niente di che, deve solo far scorrere del sangue, ma lo deve fare catturando vivo un Primo delle Desolazioni, altrimenti non diverrà mai un Figlio della Luna.
Questa idea nasce dal classico sogno nel tardo 2006, poi finisce in un mucchio di appunti, assieme ad una cronologia di 800 anni e ad un glossario di termini, sui quali lavoro a fasi alterne per tre/quattro anni. Poi lo inizio nel 2009, ma lo mollo dopo tre pagine di prologo, lo riprendo due estati fa e poi di nuovo stop. Poi sono incappato in un certo Blog sull'orlo del Mondo e su un certo Survival Blog (Novembre 2010, per chi avesse presunti "buchi di memoria").

Alexsej Stakanov: sta facendo pratica musicale in un pub, ma con lui non ci saranno problemi: ha già detto che mi staccherà le dita e le butterà giù con un po' di Smirnoff, se non mi sbrigo con lui. Se volete qui trovate Colpirne uno, il primo spin off del progetto di scrittura condivisa Due minuti a Mezzanotte, nel quale potrete leggere la sua prima avventura supereroistica.

Ce ne sarebbero altri, un sommozzatore della XCOM nell'unica fan fiction della mia produzioncina incompiuta, un mio alterego nel mio unico romanzo finito, che  definivo fantastorico ma che poi ho scoperto recentemente essere ucronico)  ma che è meglio rimanga dove sta, il figlio scoglionato di una coppia di minatori marziani etc etc. 
Ma è meglio non nomimarli per più di tre volte, non si sa mai!!!

sabato 30 giugno 2012

Wonderwall - racconto pandemico


"Racconto pandemico", anche questa settimana è comparsa nelle statistiche del blog questa stringa di ricerca. Era già successo un mesetto fa. Non credo molto al destino ma penso che sia meglio assecondarlo. Magari le due persone che hanno scritto quelle parole sono giunti sul mio bolg cercando qualcosa d'altro...o forse no, magari cercavano qualcosa sul caro e inossidabile Survival Blog, il progetto di scrittura apocalittica condivisa dal quale tutto, per quel che mi rigurda come scibacchino, è (ri)cominciato.
Ma mi piace pensare che fossero invece interessati ad un altro racconto, scritto in inverno per un concorso che purtroppo è stato annullato, si trattava di Racconti scelti della pandemia gialla e a questo indirizzo  trovate un mio post sull'argomento. In quella occasione promisi che quel racconto avrebbe visto la luce qui su Cose Morte. Son passati un po' di mesi in effetti, durante i quali per diverse volte sono comparse ricerce con stringhe "Wonderwall di Massimo Mazzoni" e quindi non penso sia carino indugiare oltre, visto che la copertina è pronta e la conversione in epub pure.
Bene eccovi l'ebook, in questi giorni il caldo sta tornando alla carica e così faranno anche gli itterici che si stanno spezzando le unghie gialle sulla vostra porta e che presto banchetteranno con il vostro sangue e la vostra carne sudaticcia.
Sbrigatevi a leggervelo, non so quanto reggeranno quelle assi!
Edit del 28 Gennaio 2014:
L'ebook da oggi è acquistabile sullo store di Amazon, in una veste rieditata, pubblicato insieme a COSE MORTE, la blog novel che ha partecipato tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011 al progetto di scrittura condivisa SURVIVAL BLOG. Il nuovo ebook si chiama COSE MORTE: Wonderwall of Dead Things.

TITOLO: Wonderwall
DATA PUBBLICAZIONE: Giugno 2012
GENERE:horror-apocalittico
FORMATO: Kindle Book
PAGINE: 88.
COMPRALO SU AMAZON! 

lunedì 23 aprile 2012

Quasi recensione: Offshore - Germano M.


Appena finito di leggere Offshore, di Germano Greco, il nuovo spin off  legato all'ambientazione pandemica e post-apocalittica del Survival Blog. Quest'ultimo è un progetto di scrittuta condivisa che ha contagiato diversi blogger ormai più di un anno fa, spingendoli a fingersi sopravvisuti che si scambiano on line le loro terribili esperienze del 2015, anno in cui del mondo come lo conosciamo rimane poca cosa.
L'ebook si lascia leggere rapidamente, anche se per me sono stati necessari altri minuti per approfondire alcuni elementi che non avevo notato in prima battuta. 
Sin dalle prime pagine si nota lo stile da blog, reso in modo realistico, con poche frasi talvolta isolate, per rendere l'urgenza dello scrivere nei ritagli di tempo di Geremia, il protagonista. Questo aspetto, senza anticipare troppo, sarà fondamentale anche per uno snodo della trama, con un post cancellato dal personaggio che potremo leggere solo nel finale.
Un elemento che mi è piaciuto è l'umorismo cupo che ogni tanto irrompe tra le descrizioni crude dell'isolamento del protagonista e dell'india post-atomica e post-pandemica.
L'ambientazione indiana mi ha colpito, così come gli elementi culturali e religiosi che traspaiono dai deliri onirici di Geremia. Mi ha deliziato inoltre il riferimento alla rocca di  Sigiriya, a Srilanka, paese che ho visitato tre volte, con i miei genitori, tra il 1988 e il 1994. In effetti da ragazzino avevo fantasticato più volte sul potermi barricare lì per respingere orde di giubbe rosse inglesi e il riferimento mi ha ricordato quelle belle avventure preadolescenziali.
L'autore è bravo a mostrarci il lento ma inesorabile declino del protagonista verso la follia, della quale possiamo intuire le cause.
Per la sorte di Geremia siamo lasciati in sospeso, con alcuni elementi per coglierla, anche se personalmente non mi sono dato una risposta definitiva.
Passiamo alle citazioni: ce ne sono di filmiche come Nirvana di Salvatores e Shining di Kubrick, mentre altre, come Biancaneve che "pippa" l'oro, sono forse meno coglibili a chiunque non segua le vicende di Moon Base, cioè il gruppo facebook dove si rintanano gli appassionati di fantascienza e scavolamento digitale da nerd.
Sia io che scrivo che l'autore facciamo parte di questo gruppo, anzi Germano ne è uno degli amministratori più presenti. 
Questa difficoltà di cogliere riferimenti potrebbe essere l'unico dei difetti dell'agile ebook di Germano.
Mi spiego.
Molte opere uscite a seguito del progetto Survival Blog, tra le quali metto anche il mio "Cose Morte", forse necessitano di un approfondimento per l'ambientazione pandemica che i veterani danno per scontata ma che può sfuggire ad un neofita.  Molto utile in questo senso l'appendice, con una sintesi e una cronologia della pandemia gialla elaborata a suo tempo da Alessandro Girola, l'inventore del progetto di scrittura condivisa. Questo sistema, tra l'altro, è stato usato da quasi tutti coloro che si sono cimentati con blog novel e spin off del Survival Blog, tranne il sottoscritto, purtroppo :(
Insomma ho il dubbio che a volte chi scrive di Pandemia Gialla sfiori (anche inconsciamente) l'autoreferenzialità, privando alcuni lettori di molte delle sfumature e riferimenti presenti. 
In conclusione una delucidazione sull'impaginazione, che l'autore ha curato personalmente: sul mio reader, un Pocketbook, tra un capitolo e l'altro ho una o due pagine bianche, abbastanza fastidiose, che vedo anche con Calibre. Sono io che ho impostato male qualcosa?
In definitiva un libro da consigliare, assolutamente. Ben scritto, raccontato e mostrato dove serve, con immagini evocative e filmiche come è nelle corde dell'autore, come nel precedente pandemico Girlfriend from Hell o in Cavour cacciatore di vampiri del proggetto Risorgimento di Tenebra.

A questo collegamento, sullo store di Amazon, trovate Offshore, in formato Kindle, oppure date un occhio su Book and Negative, il blog dell'autore.

venerdì 28 gennaio 2011

Take no prisoners



23 Gennaio 2016

Da qualche giorno sono in quarantena sulla Eclisse, sono confinato a prua e posso avere pochi contatti col resto del personale. Con me ci sono altre dieci persone: i quattro della compagnia dei Cavalieri di San Giorgio ed altri contractors, uomini e donne, recuperati sulla costa tirrenica, tutti ex militari o simili, non parlano molto.
Come avete appreso dal blog del Tenente Benuzzi,  alcuni giorni fa i ragazzi della Stone Cold hanno effettuato la ricognizione alla Maddalena, li ho incontrati subito dopo il raid, nel corridoio davanti alla mia cabina, gli ho chiesto come era andata e Raj mi ha risposto: Bene.
Un’ unica parola, piatta come il piano di un biliardo. Gli altri mi hanno fatto un sorriso di circostanza e si sono chiusi nei loro alloggi, per togliersi zaini, giubbetti e attrezzature varie.
Nel piccolo corridoio è rimasto solo un odore di bruciaticcio, come quando mia madre strinava le penne al pollo, prima di cucinarlo.
Penso che stamani i ragazzi abbiano fatto più o meno la stessa cosa, con ciò che restava della nostra ex classe (non)dirigente.
Il morale non è proprio al massimo. Di solito scambio due parole con Rossano, il cuoco di bordo, che mi porta da mangiare tre volte al giorno (che lusso!). Mi ha confermato come in molti sperassero che esistesse ancora un governo, chi perché, nonostante tutto, ci credeva ancora e chi perché voleva fargliela pagare, come il sottoscritto. Anche se penso che Angelo però non ce lo avrebbe permesso.
Fatto sta che siamo tutti rimasti a metà del guado: né completamente felici, né completamente soddisfatti.
Ma comunque vivi, a dispetto di tutto.
La mano sta guarendo anche se mi manda ogni tanto delle belle fitte. In ogni modo la sinistra è ancora inutilizzabile, oggi ho tolto la steccatura alle dita lussate, ma ancora non le muovo bene. Le costole stanno bene, anche se non appena mi tocco la zona, salto sul materasso.
In questi dieci giorni di convalescenza ho pensato molto, come non mi capitava da tempo.
Ho pensato a tutte le persone care che ho perso: Luisa, la mia famiglia, gli amici e i colleghi. Ma anche alle persone della quotidianità: il mio benzinaio, il giornalaio sotto casa, il tipo ritardato che, in paese, scroccava sigarette a tutti, l’impiegata delle poste cotonata e sempre depressa. Di molte di loro purtroppo conoscevo la fine che avevano fatto, mentre delle altre me ne immaginavo di altrettanto atroci. Preferivo pensarle morte che nutrire speranza.
La poca che mi è rimasta la voglio investire in questa mia nuova, strana famiglia.
Siamo pazzi, in fondo.
Mentre tutto il mondo affoga nella Gialla, noi ci navighiamo attraverso, lasciando andare a fondo tutto il materiale di scarto, come in una latrina globale. Mentre tutti pensano solo a sé stessi, come in fondo facevano anche molto prima della pandemia, noi pensiamo al futuro, alla prossima generazione, che erediterà questa penisola così malconcia.
Tra un mese finirà la quarantena, ma penso che tra quattro o cinque giorni sarò di nuovo in grado di rendermi utile per la causa. Sulla Eclisse fervono i preparativi prima di far rotta per Caprera: chi conta le munizioni, chi smonta fucili, armi anticarro, pulisce mitragliatrici e altre diavolerie atte ad offendere. Ma non si prepara solo la guerra, i bambini fanno scuola tutte le mattine dalle 9 alle 12. Il Sabato e Domenica, invece, riposo.
Prima della Gialla ero un educatore, laureato sul finire del 2011, quando ancora la Gialla pensavamo che fosse l’ennesima aviaria-suina-equina-bovina etc etc
Penso di esserlo ancora, un educatore e vedendo, dopo tanti anni, dei ragazzini che giocano a campana sotto all’oblò della mia cabina, sento di poterlo fare di nuovo. Dovrò sostenerli nel diventare persone capaci di stare al mondo, ciascuno seguendo la propria strada, capaci di sopravvivere, di difendersi dai gialli e da tutti gli squali che si contendono i brandelli dell’Italia.
Vivranno per un’idea e la difenderanno con le armi, se necessario.
Bene, farò richiesta ufficiale per essere assegnato alla scuola e se la maggioranza lo vorrà, tornerò a fare il mio lavoro.
Ma prima mi aspetta un’ultima battuta di caccia al Giallo.
A presto.

MAX

domenica 16 gennaio 2011

Omaha Beach



15 Gennaio 2016 - Mattino

Stamani mi sono svegliato ed ero in un letto. Un letto vero, con lenzuola pulite, coperte e tutto il resto.
In realtà è poco più di una brandina, ma per me la Kobayashi Maru è la Reggia di Caserta.
Provo a muovermi.
Una fitta sul fianco destro, poco sotto l’ascella, mi blocca il respiro.
Devo avere alcune costole rotte, infatti il dolore è intermittente, tra un respiro e l’altro. Rimango a pancia in su, osservandomi la mano sinistra: il dito medio e il mignolo sono steccati insieme con del nastro isolante nero, mentre il palmo è fasciato da una garza, leggermente arrossata.
La pallottola è entrata e uscita dal palmo senza danneggiare i tendini.
Così ha sentenziato Raj, il capo squadra della Stone Cold Company.
Non è un vero dottore, ma ne ha viste parecchie di ferite, sui campi di battaglia.
E’ indiano, parla un perfetto italiano, educato all’inglese, ma capace di squartarti con la stessa naturalezza con la quale imburrerebbe un toast.
Su quella spiaggia tre giorni fa mi ha salvato la vita.
Stavo cercando di strusciare  via dal canneto, ma la mano mi faceva un male pazzesco, l’avevo avvolta nella sciarpa, ma così non potevo usare l’arco. Avevo tenuto le due frecce per un possibile corpo a corpo, anche se la guardia  mi avrebbe sicuramente sparato prima.
Una raffica di AK 47 tranciò gli steli a venti centimetri dalla mia testa.
Rimasi immobile dove mi trovavo, il piumino si era tirato su, scoprendomi la pancia, rimasta a contatto con la sabbia fradicia e gelata.
Un grido: sa te fut in gura!![1] O qualcosa del genere.
E un’altra breve raffica, stavolta più in basso.
Pensai che lo facesse apposta per stanarmi, voleva beccarmi come in quel vecchio videogioco con le papere, che andavano impallinate appena si alzavano in volo da un canneto.
Trattenni il respiro. Un ruzzolamerde si faceva strada verso il mio naso con la sua pallina tra le zampe posteriori. Mi ritrassi leggermente.
La Beretta mi si piantò nel fianco.
Il tipo si avvicinò di una decina di metri verso le dune e il canneto.
Mi venne in mente Steven Seagal.
Presi la pistola, la lanciai nella pozza marcia a due o tre metri da me e poi mi mossi dalla parte opposta.
La guardia corse verso lo stagno sparando in acqua una raffica che scaricò il caricatore ricurvo.
Adesso l’uomo era a pochi metri da me,  non era come nei film, la mossa alla Seagal non lo aveva depistato, anzi.
Vedevo tra i giunchi uno dei suoi scarponi. Impugnai una delle frecce e mi concentrai sul punto in cui finiva il cuoio e iniziava la stoffa mimetica.
La guardia ricaricò il kalashnikov e fece un altro passo verso di me.
Il domatore di gialli si stava avvicinando a sua volta, dopo aver demolito l’antenna della seconda pagoda.
Ero stranamente calmo, l’imminenza della morte cancellava ogni paura o tentennamento, chissà forse ero in botta di adrenalina, chissà.
Sentivo i loro respiri rochi.
Poi un altro rumore, in lontananza.
All’inizio pensai ad un insetto.
Alzai leggermente la testa e vidi la punta del fucile farsi strada tra le canne verdi.
Trattenni il fiato e migliorai la presa sull’asta della freccia, a ridosso della punta.
Il ronzio si fece più vicino: era intermezzato da dei tonfi ritmici.
Il domatore urlò qualcosa e la guardia si fermò, incerta.
Un motore.
Di una barca.
Ai tempi della Gialla.
I miei due assalitori corsero a ripararsi dietro le pagode, legarono il giallo all’anello di una base per ombrelloni in cemento e attesero.
Se erano quelli della Stone Cold, dovevano essere su un gommone e se quei due gli sparavano con gli AK addio rendez vous.
Recuperai l’arco, liberai la mano dalla sciarpa zuppa di sangue e incoccai la freccia. Mi misi in ginocchio, sperando che una raffica non mi scantucciasse la testa, che spuntava sopra la vegetazione dell’acquitrino. Tesi l’arco ma sentii come un ferro rovente che dalla mano, risalendo lentamente tutto il braccio sinistro, mi entrava dentro al torace. Presi un respiro profondo e riprovai: non riuscivo a tenere la corda con l’indice e il medio. Il rumore del gommone si avvicinava ancora di più, adesso l’imbarcazione era ben visibile.
Riprovai, usando anche il mignolo per sopperire. Con un grugnito tesi l’arco e puntai alla schiena della guardia ferita, che stava prendendo la mira verso la spiaggia. Mi tremavano le braccia per il dolore. Il bersaglio era a circa venti-venticinque metri. Trattenni il respiro e tesi la corda fino al mento. Uno schiocco e la freccia partì, grazie alla lussazione del mignolo. Mi buttai a terra col dolore come compagno. La freccia colpì l’uomo su una coscia e per la sorpresa gli partirono alcuni colpi.
Questo allertò quelli del gommone che risposero al fuoco con diverse armi automatiche.
Dopo circa venti secondi che durarono come venti ore, il domatore corse verso di me, tenendosi una spalla.
Mi vide, a pancia in su, con la mano offesa in grembo.
Mi sferrò un calcio su un fianco e quindi cadde a faccia in giù, raggiunto da un colpo.
Subito dopo arrivò Raj, che constatò il decesso del nemico.
Quindi si rivolse a me: Signor Massimo?
Feci cenno di sì con la testa prima di svenire.


MAX


[1] Vaffanculo! in rumeno

martedì 11 gennaio 2011

Leaving the nest



11 Gennaio 2016

 
Dunque me ne sono andato davvero.
Dopo quasi due anni, compresi gli ultimi tre mesi in completa solitudine.
Adesso sono in una specie di pagoda in riva al mare, una volta era un bar gelateria, attrezzato anche per aperitivi e cene a base di pesce. La struttura è fatta di tronchi di legno, montati su una pedana in cemento. La sabbia la ricopriva quasi del tutto, visto che ora i trattori che la spianavano giacciono, come carcasse di balene, sulla battigia.
Ho dovuto scavare nella sabbia gelata con le mani, strappandomi via un’unghia dal dito medio, per farmi un varco e raggiungere la porta. Dentro solo altra sabbia, alcuni tavoli e sedie di plastica bianca. In effetti non è un gran che, ma è solido, i portelloni che si aprono sui lati della pagoda sono ben chiusi e un piccolo foro nel tetto  mi consente di tenere d’occhio intorno.
Questo rifugio inoltre ha un altro vantaggio, ha una minima copertura wireless, visto che l’altra pagoda sul lato opposto della rotonda panoramica, prima fungeva da internet point. Ecco laggiù l’antenna, unica vestigia tecnologica ancora funzionante, che si erge un metro sopra la duna che nasconde la costruzione.
Stamani all’alba ho lasciato il magazzino del supermercato, dopo alcuni giorni di seghe mentali varie e titubanze dell’ultimo minuto.
Sono uscito dalla porta del cortile sul retro: non c’era nessuno in vista, sono salito sul tetto ed ho scrutato i dintorni.
La rete intorno al cortile era sgombra, a parte i cadaveri decomposti dell’estate precedente.
Accanto al magazzino dell’Eurospin c’era una pizzeria a due piani con terrazza: attorno ad un tavolo c’era un ragazzo, pensai fosse morto, ma un’ ispezione più accurata, col telescopio della prima comunione, rivelò un movimento della mano: la portava alla bocca chiusa a pugno, poi la poggiava sul tavolo e quindi ripeteva l’operazione.
Sembrava mimare una persona che mangiava, forse ricordi della vita passata, sopravvissuti al prione.
Guardai meglio.
Il Konus mi scivolò di mano.
Pietro.
Il mio amico d’infanzia.
Un paio d’anni prima dell’epidemia si era stabilito lì vicino: la pizzeria era spesso la sua soluzione preferita per la cena; ci ero stato a mangiare anche io con Luisa.
Luisa era la mia ragazza, nell’estate del ’12 ha cominciato a non avere più fame, era sempre arrabbiata e divorata dall’ansia, all’inizio l’ho presa in giro, perché era sempre stata un po’ ipocondriaca, ma non quella volta, purtroppo. L’ultima volta che l’ho vista era legata sul lettino, nel reparto malattie infettive del Santa Chiara: si dibatteva, urlava e fili di bava le colavano sul collo giallo.
I ricordi  risalirono con violenza, causandomi una fitta nello stomaco, mentre le lacrime si facevano strada sulla barba scompigliata.
Un grugnito sommesso mi arrivò dal basso.
Strinsi la mia arma, un’asta di metallo, con entrambe le mani, accovacciato sul tetto incatramato.
Il rumore si ripeté, una decina di metri più a destra del primo punto.
Mi avvicinai al piccolo parapetto in muratura e mi sporsi sotto.
C’era un uomo vestito da vigile urbano, con la divisa estiva: camicia a maniche corte azzurra, calzoni neri e cinturone bianco.
Il cranio, calvo, portava i segni di almeno due, tre morsi purulenti.
In vita era stato il più bastardo tra i vigili del paese e ora, da morto, se ne stava di pattuglia sulla strada provinciale che io avrei dovuto percorrere per il rendez vous con la Stone Cold Company.
Io l’avrei percorsa nella direzione opposta, ma il tipo mi avrebbe sicuramente visto e magari avrebbe attirato l’attenzione di altri infetti.
Ho controllato ancora la strada e le vicinanze, cercando di accantonare per un po’ il passato: sull’asfalto c’erano alcuni rottami anneriti di auto, detriti e sacchetti della spazzatura, ma nessun giallo a parte Rambo, il super vigile. Davanti a me c’era la farmacia che, privata di ogni cosa utile, adesso ospitava il quartier generale dei gialli assedianti il magazzino in cui mi trovavo. Non vidi nessun movimento nella penombra, oltre la vetrina sfondata da una panda verde. Non potevo uscire dall’ingresso principale, magari era ancora presidiato dopo la sortita dell’altro giorno e poi dava proprio davanti alla farmacia.
Decisi di passare dal cancello del cortile sul retro, sperando che non fosse sorvegliato.
Dovevo contare solo sulle mie gambe: le auto dei miei ex compagni di sopravvivenza erano a secco dalla scorsa primavera ed i distributori nelle vicinanze erano nelle stesse condizioni dai primi mesi del ’14.
Tornai giù e prima di uscire controllai ancora lo zaino: il cibo (bottiglia di minerale da 1.5 litri, due scatolette di ciappi da 400 grammi, una barretta ai cereali), sacco a pelo, netbook, cartina, torcia ricaribile, coltellino svizzero, Beretta scarica di Greta e termometro da parete.
C’era tutto.
Misi in spalla lo zaino e raccolsi anche una faretra in similpelle nera con 5 frecce.
L’arco mongolo mi aspettava accanto alla porta, insieme alla mountain bike. Non pensai a quanto dovevo essere ridicolo, con tutta la bardatura da motocross e il resto.
Sbuffando nuvole di vapore nell’aria gelida, detti le prime pedalate barcollanti costeggiando il cortile interno e immettendomi sulla provinciale.
La paura cercava di rallentarmi le gambe, ma ad ogni metro mi sentivo più spavaldo: la bici era silenziosa e Rambo non si era ancora accorto di niente.
Strano.
Non so perché l’ho fatto…no, cioè lo so, Rambo mi è sempre stato sul culo.
Rallentai fino a fermarmi, detti un’occhiata intorno a me per sincerarmi che non ci fosse nessuno e quindi incoccai la freccia presa dalla faretra, legata alla canna della bici.
Tirai la corda con il gomito ben in alto, fino a sfiorare l’orecchio destro, trattenni il respiro nell’ultimo centimetro di sforzo e quindi liberai la freccia che centrò la pelata del giallo e la percorse per metà lunghezza.
Avrei pagato per vedere la sua faccia di cazzo con una freccia in mezzo agli occhi, ma dovevo andare, cominciavo a sentire rumori dalle case abbandonate a lato della provinciale.
Percorsi la provinciale che una volta percorrevo spesso per andare a Pisa, scansando un paio di defender dei Carabinieri rovesciati su un fianco. Non c’era niente di vivo intorno.
Dopo alcune centinaia di metri tra campi incolti arrivai ad una rotonda.
C’era una donna infetta nel mezzo dell’isola pedonale: osservava attentamente un cartello pubblicitario del circo, ingiallito dal sole e strappicchiato dal vento. Mi misi in piedi e spinsi forte sui pedali per oltrepassare velocemente la rotonda.
La vecchia bici però cigolava e la gialla si voltò ululando proprio mentre le passavo accanto: allungò un braccio scorticato ma l’unico risultato fu di cadere a faccia in giù. Io ero già oltre svoltai e raggiunsi l’Aurelia, in prossimità di Migliarino mi accorsi di un aspetto che non avevo considerato: dovevo oltrepassare il Serchio ma l’unico ponte era stato fatto saltare dal genio come misura anti pandemia.
Ero fradicio sotto la tenuta da motocross, sia per lo sforzo di pedalare dopo mesi di quasi totale inattività, sia per il panico che iniziava a soffocarmi.
Mi voltai immaginandomi gia attorniato dai cari infetti: non c’era nessuno e per fortuna solo in quel momento notai che il ponte ferroviario, parallelo a quello stradale, non aveva subito la stessa sorte.
Scesi di sella e mi avventurai fuori dalla sede stradale, tra gli arbusti più alti di me, tenendo la bici sulla mia sinistra e l’asta con la mano destra.
Risalii la massicciata, cercando di non smuovere troppo i sassi. I binari erano nascosti dalle erbacce, ma riuscii a passare il Serchio senza grossi problemi.
Scesi dalla ferrovia e imboccai il viale dei Pini, che, rigogliosi, avevano spaccato l’asfalto in alcuni punti. Accelerai in un paio di tratti in cui vidi movimenti pericolosi tra giardini infestati e carcasse di autobus. Dovevano essere passate un paio di ore, prima della Gialla ci avrei messo lo stesso tempo a piedi, ma ora il mondo non era più lo stesso e neanche io del resto.
Insomma eccomi qui, in riva al mare, ad aspettare la Stone Cold Company.
Ecco le mie coordinate:

Latitudine : 43.794080( 43° 47' 38.688" N ) Longitudine: 10.267070( 10° 16' 1.452" E )

Vi aspetto, nel momento in cui scrivo questa riga dovrebbe essere mezzogiorno, se il netbook non mente.
Ho autonomia di cibo per altre 48 ore, poi dovrò darmi alla pesca a mani nude.
Come dicevo una volta con gli SMS: fatemi sapere.

MAX

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