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martedì 17 luglio 2012

Il destino dei miei personaggi

Questo post mi è stato ispirato da Germano "Hell" Greco il magnifico messere, custode del blog Book and Negative, nel quale ha recentemente parlato dei personaggi che giacciono nel suo limbo scrittorio. Quei tipi cioè che, per un motivo o un altro, non sono riusciti a completare le loro avventure perchè il loro creatore li ha abbandonati a loro stessi, nei freddi anfratti dei dischi rigidi. Alcuni avevano nomi e cognomi e una storia da raccontare, ma non ce l'hanno fatta a sconfiggere il più temibile degli avversari: l'oblio. Penso sia naturale per chi scrive avere un simile posto per i propri personaggi, in fondo è da lì che vengono tutti, nello spazio tra coscienza e inconscio ed è lì che poi tutti tornano, se chi li pensa non vuole o non può, fissarli su carta o su file.

Può accadere che il purgatorio sia temporaneo, oppure che diventi definitivo e non c'è, ovviamente, un perché, come molte delle cose della vita. Spesso questo oblio non significa neanche che quel dato personaggio non fosse abbastanza interessante da meritare di rimanere fissato su un supporto di memoria (fisico o virtuale che sia), è successo così, il treno ormai è passato e non ci si può (forse) più fare niente.
E allora ecco alcuni dei miei personaggi dimenticati, magari per sempre, magari no.

Misha Karinkov: figlio del presidente della Confederazione Boreale, una confederazione di stati che in un futuro non troppo lontano ha sconfitto la controparte Australe in un conflitto con armi all'antimateria. Ma la pace è arrivata, si stanno per firmare i trattati ma Misha, responsabile della sicurezza del summit, nota qualcosa di strano in alcuni australi...Questo è forse il mio primo progetto da scribacchino, dal taglio scincefiction, risalente al 1996, scritto in parte con un'Amiga600 e poi trasferito su Pc dopo passaggio su carta. Ne ho scritto mi pare due capitoli e da qualche parte ho la scaletta per una  trilogia (?!) vergata a lapis nella mia grafia ittita. Ogni tanto mi torna in mente, è sempre lì, all'inizio della lista degli incompiuti.

Adriano: un impiegato ventenne, amante dei red hot chili peppers e della sua collega carina. Non ama i rave parties ma ci finisce dentro lo stesso e ne uscirà cambiato per sempre in modo direi...radicale. Ah non riesce bene a battere a macchina e questo è una cosa fondamentale. Adriano è nato nel 2000 durante il mio servizio civile, è stato scritto tutto a mano sui fogli intestati del Comune per cui svolgevo il servizio. Ne è uscito un racconto di media lunghezza ribattuto nel 2001 a pc, che nessuno, tranne un amico, ha mai letto. Ne ho scritto un seguito, interrotto dopo poche pagine.

Loris: nel 2004 arriva Loris, giocatore di Rugby, ha un amico gay e lavora come vigilante notturno, ha una vita normale fino a quando non scopre che un insospettabile vicino, gran lavoratore-casa-famiglia uccide e si mangia il proprio cane.
Questo ha ancora del potenziale per diventare un horror apocalittico di provincia, mi pare di aver scritto due/tre capitoli e lo schema in power point; chissà ora che di apocalissi ne ho masticate magari...

Dayron Dago: un adolescente alle prese con il classico rito di passaggio. Niente di che, deve solo far scorrere del sangue, ma lo deve fare catturando vivo un Primo delle Desolazioni, altrimenti non diverrà mai un Figlio della Luna.
Questa idea nasce dal classico sogno nel tardo 2006, poi finisce in un mucchio di appunti, assieme ad una cronologia di 800 anni e ad un glossario di termini, sui quali lavoro a fasi alterne per tre/quattro anni. Poi lo inizio nel 2009, ma lo mollo dopo tre pagine di prologo, lo riprendo due estati fa e poi di nuovo stop. Poi sono incappato in un certo Blog sull'orlo del Mondo e su un certo Survival Blog (Novembre 2010, per chi avesse presunti "buchi di memoria").

Alexsej Stakanov: sta facendo pratica musicale in un pub, ma con lui non ci saranno problemi: ha già detto che mi staccherà le dita e le butterà giù con un po' di Smirnoff, se non mi sbrigo con lui. Se volete qui trovate Colpirne uno, il primo spin off del progetto di scrittura condivisa Due minuti a Mezzanotte, nel quale potrete leggere la sua prima avventura supereroistica.

Ce ne sarebbero altri, un sommozzatore della XCOM nell'unica fan fiction della mia produzioncina incompiuta, un mio alterego nel mio unico romanzo finito, che  definivo fantastorico ma che poi ho scoperto recentemente essere ucronico)  ma che è meglio rimanga dove sta, il figlio scoglionato di una coppia di minatori marziani etc etc. 
Ma è meglio non nomimarli per più di tre volte, non si sa mai!!!

lunedì 23 aprile 2012

Quasi recensione: Offshore - Germano M.


Appena finito di leggere Offshore, di Germano Greco, il nuovo spin off  legato all'ambientazione pandemica e post-apocalittica del Survival Blog. Quest'ultimo è un progetto di scrittuta condivisa che ha contagiato diversi blogger ormai più di un anno fa, spingendoli a fingersi sopravvisuti che si scambiano on line le loro terribili esperienze del 2015, anno in cui del mondo come lo conosciamo rimane poca cosa.
L'ebook si lascia leggere rapidamente, anche se per me sono stati necessari altri minuti per approfondire alcuni elementi che non avevo notato in prima battuta. 
Sin dalle prime pagine si nota lo stile da blog, reso in modo realistico, con poche frasi talvolta isolate, per rendere l'urgenza dello scrivere nei ritagli di tempo di Geremia, il protagonista. Questo aspetto, senza anticipare troppo, sarà fondamentale anche per uno snodo della trama, con un post cancellato dal personaggio che potremo leggere solo nel finale.
Un elemento che mi è piaciuto è l'umorismo cupo che ogni tanto irrompe tra le descrizioni crude dell'isolamento del protagonista e dell'india post-atomica e post-pandemica.
L'ambientazione indiana mi ha colpito, così come gli elementi culturali e religiosi che traspaiono dai deliri onirici di Geremia. Mi ha deliziato inoltre il riferimento alla rocca di  Sigiriya, a Srilanka, paese che ho visitato tre volte, con i miei genitori, tra il 1988 e il 1994. In effetti da ragazzino avevo fantasticato più volte sul potermi barricare lì per respingere orde di giubbe rosse inglesi e il riferimento mi ha ricordato quelle belle avventure preadolescenziali.
L'autore è bravo a mostrarci il lento ma inesorabile declino del protagonista verso la follia, della quale possiamo intuire le cause.
Per la sorte di Geremia siamo lasciati in sospeso, con alcuni elementi per coglierla, anche se personalmente non mi sono dato una risposta definitiva.
Passiamo alle citazioni: ce ne sono di filmiche come Nirvana di Salvatores e Shining di Kubrick, mentre altre, come Biancaneve che "pippa" l'oro, sono forse meno coglibili a chiunque non segua le vicende di Moon Base, cioè il gruppo facebook dove si rintanano gli appassionati di fantascienza e scavolamento digitale da nerd.
Sia io che scrivo che l'autore facciamo parte di questo gruppo, anzi Germano ne è uno degli amministratori più presenti. 
Questa difficoltà di cogliere riferimenti potrebbe essere l'unico dei difetti dell'agile ebook di Germano.
Mi spiego.
Molte opere uscite a seguito del progetto Survival Blog, tra le quali metto anche il mio "Cose Morte", forse necessitano di un approfondimento per l'ambientazione pandemica che i veterani danno per scontata ma che può sfuggire ad un neofita.  Molto utile in questo senso l'appendice, con una sintesi e una cronologia della pandemia gialla elaborata a suo tempo da Alessandro Girola, l'inventore del progetto di scrittura condivisa. Questo sistema, tra l'altro, è stato usato da quasi tutti coloro che si sono cimentati con blog novel e spin off del Survival Blog, tranne il sottoscritto, purtroppo :(
Insomma ho il dubbio che a volte chi scrive di Pandemia Gialla sfiori (anche inconsciamente) l'autoreferenzialità, privando alcuni lettori di molte delle sfumature e riferimenti presenti. 
In conclusione una delucidazione sull'impaginazione, che l'autore ha curato personalmente: sul mio reader, un Pocketbook, tra un capitolo e l'altro ho una o due pagine bianche, abbastanza fastidiose, che vedo anche con Calibre. Sono io che ho impostato male qualcosa?
In definitiva un libro da consigliare, assolutamente. Ben scritto, raccontato e mostrato dove serve, con immagini evocative e filmiche come è nelle corde dell'autore, come nel precedente pandemico Girlfriend from Hell o in Cavour cacciatore di vampiri del proggetto Risorgimento di Tenebra.

A questo collegamento, sullo store di Amazon, trovate Offshore, in formato Kindle, oppure date un occhio su Book and Negative, il blog dell'autore.

martedì 17 aprile 2012

COSE MORTE in Epub!


Finalmente, dopo oltre un anno dalla sua uscita in formato pdf, sono riuscito ad elaborare la versione Epub di COSE MORTE.
Questo ebook raccoglie la mia esperienza nel progetto di scrittura condivisa Survival Blog, ideato da Alessandro Girola. Come forse saprete è da quella "botta" di creativià scrittoria che ho iniziato, nel 2011,  il mio viaggio nel mondo  dei blogger, anche se di un vero blogger non ho ancora la costanza. 
Finora ho ridato vita alle cose morte nei cassetti digitali del mio pc in formato pdf. Stessa cosa è capitata alle cose nuove come Eran 300..., l'ebook  che ha partecipato al progetto di scrittura condivisa (ancora in corso) Risorgimento di Tenebra, patrocinato dal gruppo facebook Moon Base e dal suo capitano Germano Greco.
Il formato epub, abbreviazione di electronic publication, "pubblicazione elettronica", è lo standard di Ebook (i libri digitali, per l'appunto) più apprezzato e diffuso nei moderni lettori di eBook e dagli editori digitali. Una delle sue caratteristiche più apprezzate è la capacità di ottimizzare il testo in base al tipo di lettore di ebook e alle esigenze di lettura dell'utente, ingrandendo per esempio i caratteri.
Tutto questo non è sempre possibile col formato pdf, più antiquato ma ancora utile se si vuole stampare su carta.
Da qui in avanti darò la prevalenza al nuovo formato epub, convertendo anche il vecchio materiale in pdf.
Devo ringraziare Paolo Ungheri per la segnalazione, su Moon Base, di writer2ePub, un'applicazioncina per  Open Office che consente, con alcuni accorgimenti nel formattare il testo, di esportare un Epub soddisfacente. Un dovuto ringraziamento anche al suo creatore, Luca Calcinai.

Edit del 28 Gennaio 2014:
L'ebook da oggi è acquistabile sullo store di Amazon, in una veste rieditata, pubblicato insieme a COSE MORTE, la blog novel che ha partecipato tra la fine del 2010 e i primi mesi del 2011 al progetto di scrittura condivisa SURVIVAL BLOG. Il nuovo ebook si chiama COSE MORTE: Wonderwall of Dead Things.

COSE MORTE: Wonderwall of Dead Things

Data di riesumazione: Gennaio 2014
Genere: Horror apocalittico.
Numero di resurrezione: prima.
Formato: Kindle Book.
Pagine: 88.
Compralo su Amazon!

giovedì 10 febbraio 2011

Paranoid vacancy



9 Febbraio 2016 – Stagnali, pomeriggio

Tra due settimane finisce la mia quarantena, sono rimasto da solo nell’edificio rosa ad un piano adibito per lo scopo.
Ultimo arrivato e ultimo a lasciare l’isolamento.
Anche se non è un vero isolamento, ho molti contatti con tutta la comunità.
Ma queste finestrelle hanno comunque le sbarre ed io smanio di uscire.
Come saprete non abbiamo trovato nessuno a Caprera, ne’ sano ne’ infetto, i giorni da preda sembrerebbero finiti.
Sto impiegando il mio tempo catalogando i libri recuperati dalla Stone Cold Company: intendo mettere su una piccola biblioteca con tanto di catalogo digitale. Mentre digito i codici di classificazione sulla tastiera del mio fedele netbook, che ancora porta i segni della mia fuga dalla costa, penso che per molti anni questa di Stagnali sarà l’unica struttura del genere.
Forse per sempre.
In effetti negli ultimi giorni vengo assalito da attacchi di pessimismo acuto.
Guardo fuori dalle sbarre e mi aspetto da un momento all’altro di incrociare lo sguardo avido di un giallo in crisi di astinenza da sangue.
Ascolto il vento che mi riporta in lontananza il suono del mare ed il canto dei gabbiani, mi concentro e mi sembra di sentire il rumore gutturale di gole raschiate e supporose, come quelle che mi hanno svegliato, nel cuore delle molte notti insonni degli ultimi anni.
Non penso che mi abbandoneranno mai, ho paura che il peggio verrà da adesso in poi.
Poi i rumori della ricostruzione del paese che procede spedita mi riportano un po’ di ottimismo.
In questi giorni ho dato anche una mano nello scaricare a terra le casse di materiali stivati nell’Eclisse: Angelo ha chiesto l’aiuto di tutti e a me non pareva vero di sospendere per un po’ il mio stato di solitudine.
Ormai il paese è del tutto autosufficiente e abbiamo corrente elettrica quasi in ogni momento, ho riscoperto i benefici della doccia calda e del sapone.
L’edificio dove sono adesso diventerà anche una scuola, dove io darò il mio contributo.
Sul tetto c’è anche una piccola campana.
Il resto del gruppo non ha sollevato obiezioni alla mia candidatura ed avrò anche un aiuto: Lucia, una ragazza sulla trentina che ha aderito di sua iniziativa e che adesso sta intrattenendo i piccoli con una palla trovata chissà dove.
Penso che questo che scrivo sia il mio ultimo post, ho letto la fine tragica di molti miei compagni di viaggio e spero di non finire in quella lista. Per questo motivo chiudo qui il mio report dalla fine del mondo, sperando di concludere con un happy end, prima che qualcosa possa andare storto.
Probabilmente sono solo un po’ paranoico, deve essere l’istinto da sopravvissuto che non si vuole rassegnare ad una vita di nuovo abbastanza agiata.
Il mio caro netbook a manovella, con l’ammaccatura di una pallottola di AK 47 su uno spigolo, fin qui mi è servito per il presente ed il passato, da qui in avanti servirà per far ripartire il futuro.
Dunque vi saluto, semmai riscriverò qualcosa sarà per dirvi che le cose sono andate molto male o molto bene, chissà.
Sopravvivete, noi ci proveremo, un passo alla volta.

venerdì 28 gennaio 2011

Take no prisoners



23 Gennaio 2016

Da qualche giorno sono in quarantena sulla Eclisse, sono confinato a prua e posso avere pochi contatti col resto del personale. Con me ci sono altre dieci persone: i quattro della compagnia dei Cavalieri di San Giorgio ed altri contractors, uomini e donne, recuperati sulla costa tirrenica, tutti ex militari o simili, non parlano molto.
Come avete appreso dal blog del Tenente Benuzzi,  alcuni giorni fa i ragazzi della Stone Cold hanno effettuato la ricognizione alla Maddalena, li ho incontrati subito dopo il raid, nel corridoio davanti alla mia cabina, gli ho chiesto come era andata e Raj mi ha risposto: Bene.
Un’ unica parola, piatta come il piano di un biliardo. Gli altri mi hanno fatto un sorriso di circostanza e si sono chiusi nei loro alloggi, per togliersi zaini, giubbetti e attrezzature varie.
Nel piccolo corridoio è rimasto solo un odore di bruciaticcio, come quando mia madre strinava le penne al pollo, prima di cucinarlo.
Penso che stamani i ragazzi abbiano fatto più o meno la stessa cosa, con ciò che restava della nostra ex classe (non)dirigente.
Il morale non è proprio al massimo. Di solito scambio due parole con Rossano, il cuoco di bordo, che mi porta da mangiare tre volte al giorno (che lusso!). Mi ha confermato come in molti sperassero che esistesse ancora un governo, chi perché, nonostante tutto, ci credeva ancora e chi perché voleva fargliela pagare, come il sottoscritto. Anche se penso che Angelo però non ce lo avrebbe permesso.
Fatto sta che siamo tutti rimasti a metà del guado: né completamente felici, né completamente soddisfatti.
Ma comunque vivi, a dispetto di tutto.
La mano sta guarendo anche se mi manda ogni tanto delle belle fitte. In ogni modo la sinistra è ancora inutilizzabile, oggi ho tolto la steccatura alle dita lussate, ma ancora non le muovo bene. Le costole stanno bene, anche se non appena mi tocco la zona, salto sul materasso.
In questi dieci giorni di convalescenza ho pensato molto, come non mi capitava da tempo.
Ho pensato a tutte le persone care che ho perso: Luisa, la mia famiglia, gli amici e i colleghi. Ma anche alle persone della quotidianità: il mio benzinaio, il giornalaio sotto casa, il tipo ritardato che, in paese, scroccava sigarette a tutti, l’impiegata delle poste cotonata e sempre depressa. Di molte di loro purtroppo conoscevo la fine che avevano fatto, mentre delle altre me ne immaginavo di altrettanto atroci. Preferivo pensarle morte che nutrire speranza.
La poca che mi è rimasta la voglio investire in questa mia nuova, strana famiglia.
Siamo pazzi, in fondo.
Mentre tutto il mondo affoga nella Gialla, noi ci navighiamo attraverso, lasciando andare a fondo tutto il materiale di scarto, come in una latrina globale. Mentre tutti pensano solo a sé stessi, come in fondo facevano anche molto prima della pandemia, noi pensiamo al futuro, alla prossima generazione, che erediterà questa penisola così malconcia.
Tra un mese finirà la quarantena, ma penso che tra quattro o cinque giorni sarò di nuovo in grado di rendermi utile per la causa. Sulla Eclisse fervono i preparativi prima di far rotta per Caprera: chi conta le munizioni, chi smonta fucili, armi anticarro, pulisce mitragliatrici e altre diavolerie atte ad offendere. Ma non si prepara solo la guerra, i bambini fanno scuola tutte le mattine dalle 9 alle 12. Il Sabato e Domenica, invece, riposo.
Prima della Gialla ero un educatore, laureato sul finire del 2011, quando ancora la Gialla pensavamo che fosse l’ennesima aviaria-suina-equina-bovina etc etc
Penso di esserlo ancora, un educatore e vedendo, dopo tanti anni, dei ragazzini che giocano a campana sotto all’oblò della mia cabina, sento di poterlo fare di nuovo. Dovrò sostenerli nel diventare persone capaci di stare al mondo, ciascuno seguendo la propria strada, capaci di sopravvivere, di difendersi dai gialli e da tutti gli squali che si contendono i brandelli dell’Italia.
Vivranno per un’idea e la difenderanno con le armi, se necessario.
Bene, farò richiesta ufficiale per essere assegnato alla scuola e se la maggioranza lo vorrà, tornerò a fare il mio lavoro.
Ma prima mi aspetta un’ultima battuta di caccia al Giallo.
A presto.

MAX

domenica 16 gennaio 2011

Omaha Beach



15 Gennaio 2016 - Mattino

Stamani mi sono svegliato ed ero in un letto. Un letto vero, con lenzuola pulite, coperte e tutto il resto.
In realtà è poco più di una brandina, ma per me la Kobayashi Maru è la Reggia di Caserta.
Provo a muovermi.
Una fitta sul fianco destro, poco sotto l’ascella, mi blocca il respiro.
Devo avere alcune costole rotte, infatti il dolore è intermittente, tra un respiro e l’altro. Rimango a pancia in su, osservandomi la mano sinistra: il dito medio e il mignolo sono steccati insieme con del nastro isolante nero, mentre il palmo è fasciato da una garza, leggermente arrossata.
La pallottola è entrata e uscita dal palmo senza danneggiare i tendini.
Così ha sentenziato Raj, il capo squadra della Stone Cold Company.
Non è un vero dottore, ma ne ha viste parecchie di ferite, sui campi di battaglia.
E’ indiano, parla un perfetto italiano, educato all’inglese, ma capace di squartarti con la stessa naturalezza con la quale imburrerebbe un toast.
Su quella spiaggia tre giorni fa mi ha salvato la vita.
Stavo cercando di strusciare  via dal canneto, ma la mano mi faceva un male pazzesco, l’avevo avvolta nella sciarpa, ma così non potevo usare l’arco. Avevo tenuto le due frecce per un possibile corpo a corpo, anche se la guardia  mi avrebbe sicuramente sparato prima.
Una raffica di AK 47 tranciò gli steli a venti centimetri dalla mia testa.
Rimasi immobile dove mi trovavo, il piumino si era tirato su, scoprendomi la pancia, rimasta a contatto con la sabbia fradicia e gelata.
Un grido: sa te fut in gura!![1] O qualcosa del genere.
E un’altra breve raffica, stavolta più in basso.
Pensai che lo facesse apposta per stanarmi, voleva beccarmi come in quel vecchio videogioco con le papere, che andavano impallinate appena si alzavano in volo da un canneto.
Trattenni il respiro. Un ruzzolamerde si faceva strada verso il mio naso con la sua pallina tra le zampe posteriori. Mi ritrassi leggermente.
La Beretta mi si piantò nel fianco.
Il tipo si avvicinò di una decina di metri verso le dune e il canneto.
Mi venne in mente Steven Seagal.
Presi la pistola, la lanciai nella pozza marcia a due o tre metri da me e poi mi mossi dalla parte opposta.
La guardia corse verso lo stagno sparando in acqua una raffica che scaricò il caricatore ricurvo.
Adesso l’uomo era a pochi metri da me,  non era come nei film, la mossa alla Seagal non lo aveva depistato, anzi.
Vedevo tra i giunchi uno dei suoi scarponi. Impugnai una delle frecce e mi concentrai sul punto in cui finiva il cuoio e iniziava la stoffa mimetica.
La guardia ricaricò il kalashnikov e fece un altro passo verso di me.
Il domatore di gialli si stava avvicinando a sua volta, dopo aver demolito l’antenna della seconda pagoda.
Ero stranamente calmo, l’imminenza della morte cancellava ogni paura o tentennamento, chissà forse ero in botta di adrenalina, chissà.
Sentivo i loro respiri rochi.
Poi un altro rumore, in lontananza.
All’inizio pensai ad un insetto.
Alzai leggermente la testa e vidi la punta del fucile farsi strada tra le canne verdi.
Trattenni il fiato e migliorai la presa sull’asta della freccia, a ridosso della punta.
Il ronzio si fece più vicino: era intermezzato da dei tonfi ritmici.
Il domatore urlò qualcosa e la guardia si fermò, incerta.
Un motore.
Di una barca.
Ai tempi della Gialla.
I miei due assalitori corsero a ripararsi dietro le pagode, legarono il giallo all’anello di una base per ombrelloni in cemento e attesero.
Se erano quelli della Stone Cold, dovevano essere su un gommone e se quei due gli sparavano con gli AK addio rendez vous.
Recuperai l’arco, liberai la mano dalla sciarpa zuppa di sangue e incoccai la freccia. Mi misi in ginocchio, sperando che una raffica non mi scantucciasse la testa, che spuntava sopra la vegetazione dell’acquitrino. Tesi l’arco ma sentii come un ferro rovente che dalla mano, risalendo lentamente tutto il braccio sinistro, mi entrava dentro al torace. Presi un respiro profondo e riprovai: non riuscivo a tenere la corda con l’indice e il medio. Il rumore del gommone si avvicinava ancora di più, adesso l’imbarcazione era ben visibile.
Riprovai, usando anche il mignolo per sopperire. Con un grugnito tesi l’arco e puntai alla schiena della guardia ferita, che stava prendendo la mira verso la spiaggia. Mi tremavano le braccia per il dolore. Il bersaglio era a circa venti-venticinque metri. Trattenni il respiro e tesi la corda fino al mento. Uno schiocco e la freccia partì, grazie alla lussazione del mignolo. Mi buttai a terra col dolore come compagno. La freccia colpì l’uomo su una coscia e per la sorpresa gli partirono alcuni colpi.
Questo allertò quelli del gommone che risposero al fuoco con diverse armi automatiche.
Dopo circa venti secondi che durarono come venti ore, il domatore corse verso di me, tenendosi una spalla.
Mi vide, a pancia in su, con la mano offesa in grembo.
Mi sferrò un calcio su un fianco e quindi cadde a faccia in giù, raggiunto da un colpo.
Subito dopo arrivò Raj, che constatò il decesso del nemico.
Quindi si rivolse a me: Signor Massimo?
Feci cenno di sì con la testa prima di svenire.


MAX


[1] Vaffanculo! in rumeno

martedì 11 gennaio 2011

Leaving the nest



11 Gennaio 2016

 
Dunque me ne sono andato davvero.
Dopo quasi due anni, compresi gli ultimi tre mesi in completa solitudine.
Adesso sono in una specie di pagoda in riva al mare, una volta era un bar gelateria, attrezzato anche per aperitivi e cene a base di pesce. La struttura è fatta di tronchi di legno, montati su una pedana in cemento. La sabbia la ricopriva quasi del tutto, visto che ora i trattori che la spianavano giacciono, come carcasse di balene, sulla battigia.
Ho dovuto scavare nella sabbia gelata con le mani, strappandomi via un’unghia dal dito medio, per farmi un varco e raggiungere la porta. Dentro solo altra sabbia, alcuni tavoli e sedie di plastica bianca. In effetti non è un gran che, ma è solido, i portelloni che si aprono sui lati della pagoda sono ben chiusi e un piccolo foro nel tetto  mi consente di tenere d’occhio intorno.
Questo rifugio inoltre ha un altro vantaggio, ha una minima copertura wireless, visto che l’altra pagoda sul lato opposto della rotonda panoramica, prima fungeva da internet point. Ecco laggiù l’antenna, unica vestigia tecnologica ancora funzionante, che si erge un metro sopra la duna che nasconde la costruzione.
Stamani all’alba ho lasciato il magazzino del supermercato, dopo alcuni giorni di seghe mentali varie e titubanze dell’ultimo minuto.
Sono uscito dalla porta del cortile sul retro: non c’era nessuno in vista, sono salito sul tetto ed ho scrutato i dintorni.
La rete intorno al cortile era sgombra, a parte i cadaveri decomposti dell’estate precedente.
Accanto al magazzino dell’Eurospin c’era una pizzeria a due piani con terrazza: attorno ad un tavolo c’era un ragazzo, pensai fosse morto, ma un’ ispezione più accurata, col telescopio della prima comunione, rivelò un movimento della mano: la portava alla bocca chiusa a pugno, poi la poggiava sul tavolo e quindi ripeteva l’operazione.
Sembrava mimare una persona che mangiava, forse ricordi della vita passata, sopravvissuti al prione.
Guardai meglio.
Il Konus mi scivolò di mano.
Pietro.
Il mio amico d’infanzia.
Un paio d’anni prima dell’epidemia si era stabilito lì vicino: la pizzeria era spesso la sua soluzione preferita per la cena; ci ero stato a mangiare anche io con Luisa.
Luisa era la mia ragazza, nell’estate del ’12 ha cominciato a non avere più fame, era sempre arrabbiata e divorata dall’ansia, all’inizio l’ho presa in giro, perché era sempre stata un po’ ipocondriaca, ma non quella volta, purtroppo. L’ultima volta che l’ho vista era legata sul lettino, nel reparto malattie infettive del Santa Chiara: si dibatteva, urlava e fili di bava le colavano sul collo giallo.
I ricordi  risalirono con violenza, causandomi una fitta nello stomaco, mentre le lacrime si facevano strada sulla barba scompigliata.
Un grugnito sommesso mi arrivò dal basso.
Strinsi la mia arma, un’asta di metallo, con entrambe le mani, accovacciato sul tetto incatramato.
Il rumore si ripeté, una decina di metri più a destra del primo punto.
Mi avvicinai al piccolo parapetto in muratura e mi sporsi sotto.
C’era un uomo vestito da vigile urbano, con la divisa estiva: camicia a maniche corte azzurra, calzoni neri e cinturone bianco.
Il cranio, calvo, portava i segni di almeno due, tre morsi purulenti.
In vita era stato il più bastardo tra i vigili del paese e ora, da morto, se ne stava di pattuglia sulla strada provinciale che io avrei dovuto percorrere per il rendez vous con la Stone Cold Company.
Io l’avrei percorsa nella direzione opposta, ma il tipo mi avrebbe sicuramente visto e magari avrebbe attirato l’attenzione di altri infetti.
Ho controllato ancora la strada e le vicinanze, cercando di accantonare per un po’ il passato: sull’asfalto c’erano alcuni rottami anneriti di auto, detriti e sacchetti della spazzatura, ma nessun giallo a parte Rambo, il super vigile. Davanti a me c’era la farmacia che, privata di ogni cosa utile, adesso ospitava il quartier generale dei gialli assedianti il magazzino in cui mi trovavo. Non vidi nessun movimento nella penombra, oltre la vetrina sfondata da una panda verde. Non potevo uscire dall’ingresso principale, magari era ancora presidiato dopo la sortita dell’altro giorno e poi dava proprio davanti alla farmacia.
Decisi di passare dal cancello del cortile sul retro, sperando che non fosse sorvegliato.
Dovevo contare solo sulle mie gambe: le auto dei miei ex compagni di sopravvivenza erano a secco dalla scorsa primavera ed i distributori nelle vicinanze erano nelle stesse condizioni dai primi mesi del ’14.
Tornai giù e prima di uscire controllai ancora lo zaino: il cibo (bottiglia di minerale da 1.5 litri, due scatolette di ciappi da 400 grammi, una barretta ai cereali), sacco a pelo, netbook, cartina, torcia ricaribile, coltellino svizzero, Beretta scarica di Greta e termometro da parete.
C’era tutto.
Misi in spalla lo zaino e raccolsi anche una faretra in similpelle nera con 5 frecce.
L’arco mongolo mi aspettava accanto alla porta, insieme alla mountain bike. Non pensai a quanto dovevo essere ridicolo, con tutta la bardatura da motocross e il resto.
Sbuffando nuvole di vapore nell’aria gelida, detti le prime pedalate barcollanti costeggiando il cortile interno e immettendomi sulla provinciale.
La paura cercava di rallentarmi le gambe, ma ad ogni metro mi sentivo più spavaldo: la bici era silenziosa e Rambo non si era ancora accorto di niente.
Strano.
Non so perché l’ho fatto…no, cioè lo so, Rambo mi è sempre stato sul culo.
Rallentai fino a fermarmi, detti un’occhiata intorno a me per sincerarmi che non ci fosse nessuno e quindi incoccai la freccia presa dalla faretra, legata alla canna della bici.
Tirai la corda con il gomito ben in alto, fino a sfiorare l’orecchio destro, trattenni il respiro nell’ultimo centimetro di sforzo e quindi liberai la freccia che centrò la pelata del giallo e la percorse per metà lunghezza.
Avrei pagato per vedere la sua faccia di cazzo con una freccia in mezzo agli occhi, ma dovevo andare, cominciavo a sentire rumori dalle case abbandonate a lato della provinciale.
Percorsi la provinciale che una volta percorrevo spesso per andare a Pisa, scansando un paio di defender dei Carabinieri rovesciati su un fianco. Non c’era niente di vivo intorno.
Dopo alcune centinaia di metri tra campi incolti arrivai ad una rotonda.
C’era una donna infetta nel mezzo dell’isola pedonale: osservava attentamente un cartello pubblicitario del circo, ingiallito dal sole e strappicchiato dal vento. Mi misi in piedi e spinsi forte sui pedali per oltrepassare velocemente la rotonda.
La vecchia bici però cigolava e la gialla si voltò ululando proprio mentre le passavo accanto: allungò un braccio scorticato ma l’unico risultato fu di cadere a faccia in giù. Io ero già oltre svoltai e raggiunsi l’Aurelia, in prossimità di Migliarino mi accorsi di un aspetto che non avevo considerato: dovevo oltrepassare il Serchio ma l’unico ponte era stato fatto saltare dal genio come misura anti pandemia.
Ero fradicio sotto la tenuta da motocross, sia per lo sforzo di pedalare dopo mesi di quasi totale inattività, sia per il panico che iniziava a soffocarmi.
Mi voltai immaginandomi gia attorniato dai cari infetti: non c’era nessuno e per fortuna solo in quel momento notai che il ponte ferroviario, parallelo a quello stradale, non aveva subito la stessa sorte.
Scesi di sella e mi avventurai fuori dalla sede stradale, tra gli arbusti più alti di me, tenendo la bici sulla mia sinistra e l’asta con la mano destra.
Risalii la massicciata, cercando di non smuovere troppo i sassi. I binari erano nascosti dalle erbacce, ma riuscii a passare il Serchio senza grossi problemi.
Scesi dalla ferrovia e imboccai il viale dei Pini, che, rigogliosi, avevano spaccato l’asfalto in alcuni punti. Accelerai in un paio di tratti in cui vidi movimenti pericolosi tra giardini infestati e carcasse di autobus. Dovevano essere passate un paio di ore, prima della Gialla ci avrei messo lo stesso tempo a piedi, ma ora il mondo non era più lo stesso e neanche io del resto.
Insomma eccomi qui, in riva al mare, ad aspettare la Stone Cold Company.
Ecco le mie coordinate:

Latitudine : 43.794080( 43° 47' 38.688" N ) Longitudine: 10.267070( 10° 16' 1.452" E )

Vi aspetto, nel momento in cui scrivo questa riga dovrebbe essere mezzogiorno, se il netbook non mente.
Ho autonomia di cibo per altre 48 ore, poi dovrò darmi alla pesca a mani nude.
Come dicevo una volta con gli SMS: fatemi sapere.

MAX

domenica 19 dicembre 2010

No mercy



19 Dicembre 2015 – Pomeriggio

In questi ultimi giorni ha nevicato, nonostante mi trovi in pianura, a non più di 15 chilometri dal Tirreno. Ho avuto un bel daffare per non congelarmi, il termometro alla parete indica 8-9 gradi centigradi, ma nel magazzino c’è umido e perciò sembrano molti di meno.
Sono nella mia tenda igloo, montata in cima ad una piramide di pancali, inchiodati tra loro. Mi ci son voluti quasi cinque giorni ma ne è valsa la pena: è stabile, sono a quattro metri da terra e se qualcuno abbastanza pesante prova a salire, spero faccia scricchiolare abbastanza il legno da svegliarmi.
Ho ricaricato la batteria del netbook.
Sono quasi al calduccio sotto un cumulo di coperte.
Continuo il racconto dell’altro giorno.
Vincenzo il giornalaio, picchiò col calcio della doppietta sulla porta di metallo con la finestrella di vetro infrangibile.
- Aprite! Giulio! Filippo!
I due ex benzinai si erano rintanati dentro.
Greta, la vigilessa intanto scaricava gli ultimi colpi della Beretta.
Mi buttati anche io sulla porta, e sbirciai dalla finestrella: Giulio e Filippo stavano lottando con Carlo, un pensionato, un tempo mio vicino di casa.
- Prova con la sbarra! – disse Vincenzo caricando una cartuccia, forse l’ultima, nella doppietta.
Gli ululati ed i lamenti dei gialli coprivano quasi le nostre imprecazioni.
Infilai l’estremità dell’asta nella fessura del battente, subito sotto la serratura e feci leva, aiutato da Greta, alta e forte, alla quale si aggiunse Vincenzo, ormai senza munizioni.
Mio fratello e gli altri tenevano a distanza la muraglia di braccia itteriche che artigliavano convulse l’aria calda.
- Dai! Spingi!!!
- Bastardi, hanno sistemato Carlo!
- Dai così, ora! Più forte!
- Maledetti! Vi ammazzo tutti e due!
Con un ultimo sforzo la serratura cedette un po’, quanto bastava per infilare meglio la leva e spalancare la porta.
Mi sentii spingere: era mio fratello, con un morso sulla gota ed il piccone spezzato.
- Entra!
Ero di nuovo paralizzato.
La barriera di bocche, occhi itterici, mani e unghie nere si buttò su di noi, ululando.
I seguenti venti, trenta secondi trascorsero in un groviglio di sudore, sangue, saliva e lacrime.
Mi sentivo strattonare da più parti mentre ruotavo a caso la mia arma.
Mi ritrovai disteso sul cemento all’ingresso della porta sul retro.
Accanto a me Marcello, una statua di sangue e carne, continuava con il mozzicone di piccone a tenere testa a due gialli che erano entrati nel magazzino.
Vincenzo fu morso alla gola mentre tentava di richiudere il passaggio: cadde a terra gorgogliando e non si mosse più
Greta fu sollevata di peso da cinque di loro e inglobata dalla piccola folla che se la contese.
Marcello ficcò ciò che restava del piccone nel petto dell’infetto che aveva davanti e buttò l’altro oltre la soglia aperta.
Si avviò verso la porta e la richiuse.
- Prendi la catena!
Era per terra vicino ai piedi di Vincenzo.
Raccolsi la sua doppietta e colpii forte col calcio la testa dell’ultimo giallo rimasto che, incurante, continuava a sbranare quello che era stato un edicolante.
Marcello era allo stremo, cercava di tenere chiusa la porta, ma ad ogni strattone degli assalitori si riapriva un po’.
- Presto!
Passai la catena sui maniglioni antipanico e chiusi il lucchetto.
Marcello si sedette a terra, con la schiena appoggiata al muro.
Gli dissi di rimanere lì, mentre cercavo gli altri, uomini o gialli che fossero.
- Resisti Max, mi raccomando!
Furono le ultime sue parole.
Trovai Giulio abbracciato ad una donna seminuda, gialla e morta come lui: sembrava si baciassero.
Carlo era in un angolo, aveva battuto la testa sul cemento, il sangue scuro gli faceva un’aureola attorno ai capelli bianchi.
Filippo mi implorò di salvarlo.
Lo feci.
Gli risparmiai un altro giorno di questa vita.
Sento ancora freddo, per oggi basta con le velleità letterarie.
A presto e resistete anche voi!

MAX

sabato 18 dicembre 2010

Riot



14 Dicembre 2015 - Mattino


Dormito poco, meno delle solite 5 o 6 ore.
Ripensavo all'ultima volta che ci hanno attaccato in massa, sterminando tutti tranne me.
Era la  scorsa estate: noi eravamo in dodici, loro chissà in quanti. Della mia famiglia eravamo rimasti solo io e Marcello, mio fratello maggiore, sulla cinquantina ma ancora capace di usare un'arma improvvisata.
I nostri genitori se ne erano andati dal rifugio una fredda mattina di questa primavera: erano entrambi ammalati, polmonite, ma di antibiotici non ne erano rimasti.
Non volevano più gravare sul gruppo.
Non ci hanno lasciato alcun messaggio; solo le loro coperte e due scatolette.
Li abbiamo cercati nelle contrade intorno, ma erano svaniti, spero che non li abbiano presi, non sarei capace di ucciderli una seconda volta.
Di mia sorella Marisa non sapevamo più niente dal Marzo 2014, quando ci siamo trasferiti nel magazzino. Dovevamo ritrovarci tutti insieme, ma non è mai arrivata.
Quella estate le vedette sul tetto del magazzino registrarono un aumento delle attività degli assedianti affamati.
Si raggruppavano silenziosi attorno alle reti del cortile interno: era come se sapessero che non avevamo munizioni per tutti e perciò se ne stavano lì allo scoperto, sfidandoci.
Ogni tanto altri davano loro il cambio, uscendo dai loro ripari: carcasse di auto, case annerite, il negozio di mobili accanto al nostro rifugio.
A causa della tensione, Vincenzo, ex-giornalaio del paese, in due occasioni  sparò dal tetto con la doppietta.
Questo causò un'ulteriore concentrazione di gialli famelici attorno all'edificio.
Ci eravamo disposti in quattro alla porta del cortile e in tre dietro al portone antipanico all'ingresso, gli altri sul tetto con le armi a lunga gittata: due doppiette, la Beretta del capo dei vigili e due archi mongoli a doppia curva.
Io stavo all'ingresso principale con mio fratello e Rossana, una donnetta bassa e risoluta. Stringevo in mano un'asta di metallo lunga un paio di metri, con punte rastremate, che in origine era uno  dei sostegni diagonali di una impalcatura da edilizia. Marcello impugnava un piccone, preso dallo stesso cantiere abbandonato dove mi ero servito io. La donna aveva un'ascia e uno scudo di plexiglass dei carabinieri.
Non era la prima volta che ci bardavamo con caschi da moto e protezioni in plastica e nastro adesivo, ma ogni volta mi venivano in mente le proteste contro i governanti europei, negli ultimi mesi prima della caduta della civiltà.
Anche stavolta come allora combattevamo per un diritto: quello alla vita.
I colpi al portone antipanico erano sempre più forti e frequenti, intervallati dai nostri respiri affannati. La catena reggeva, o così pareva.
La visiera del mio casco era graffiata e si stava appannando per l’effetto sauna dovuto al caldo e alla tensione. I guanti di pelle mi si attaccavano alle mani, mentre una goccia di sudore mi si incanalava dalla fronte fino alle mie labbra contratte.
Delle voci concitate alle nostre spalle:
- Venite a vedere! Presto! - era Riccardo, uno nuovo.
Marcello mi fece cenno con la testa di andare.
Quattro uomini facevano a gara per guardare dalla stretta finestrella della porta del cortile.
- Cazzo! Stanno salendo sulle spalle di quei tre grossi!
- Guarda Max! Vedi?
I gialli alla rete del cortile stavano costruendo una piramide umana tipo circo: tre alla base, aggrappati con le mani contratte sulle maglie romboidali, due sulle loro spalle mentre un altro si arrampicava e, aiutato da altri due a terra, si issava sull’estremità della recinzione, in bilico.
Una fucilata di Vincenzo lo fece cadere sulle teste degli altri, sollevando in aria una nuvola rossastra.
Su un altro lato altri stavano facendo la stessa cosa.
Alcune frecce, colpi di pistola e altre tre fucilate piovvero addosso alle due piramidi di carne gialla.
Per uno che cadeva, altri due arrivavano dalle retrovie.
Dopo un’ attimo mi accorsi che anche Marcello e Rossana spintonavano per arrivare alla finestrella.
- Non ce la faremo per molto! - disse la donna sbattendo lo scudo sul pavimento.
- Li dobbiamo fermare noi!
Era Riccardo, che brandiva una spada da gdr dal vivo, opportunamente affilata.
Sembrava quasi William Wallace, kilt a parte.
Stessi occhi da pazzo.
- Col cazzo, io non esco!
- Neanche io, aspettiamo, magari smettono!
Intanto un’altra piramide si stava formando alla recinzione.
- Se continuano a sparare sarà difficile che smettano - disse Marcello.
- Allora voi andate all’ingresso, io, Marcello e Max usciamo... - disse Riccardo a due uomini meno volenterosi.
Erano i due benzinai del paese (non vi dico ovviamente quale), due tipi sempre allegri prima della Gialla, ora un po’ meno. Indossavano ancora le divise grigie bordate di giallo e rosso dell’Agip.
- Va bene, voi andate, noi vi guardiamo da dentro. - dissero calcandosi in testa due vistosi caschi da motocross
Rossana aprì il portone: - Usciamo a darvi una mano! - urlò con le mani a coppa intorno alla bocca, sperando che gli altri sul tetto la sentissero.
Due braccia nodose, gialle la presero per il collo, mandandola a gambe all’aria sul cemento caldo.
Il piccone di mio fratello si abbatté in mezzo alla maglietta dell’hard rock caffè dell’assalitore.
Il fiotto fetido che ne uscì si abbatté fradicio su di noi.
Io e Riccardo ci buttammo fuori per recuperare Rossana che aveva perduto la sua ascia.
- Fermi! non uscite!
Era Greta, il comandante dei vigili urbani, che dal detto mirava in basso con la sua Beretta d’ordinanza.
Avevo capito: dalla nostra postazione avevamo una visuale ristretta, ai lati destro e sinistro del campo visivo offerto dalla finestrella, c’erano altre due piramidi di gialli che noi non avevamo visto ed il primo infetto che aveva scavalcato si era letteralmente trovato Rossana tra le braccia.
Cinque tiratori sul tetto e cinque piramidi: troppi bersagli, considerando gli altri infetti attorno al magazzino.
- Andiamo Rossana! - l’aiutai a tirarsi su: aveva un lungo taglio sull’avambraccio.
La lasciai subito, senza fiato.
Lei mi guardò, terrorizzata: i suoi occhi azzurri correvano ritmicamente dal suo braccio a me.
Poi si chinò per raccogliere da terra la sua arma.
Altri spari dal tetto.
Non sapevo che fare.
- Attento!
Era la voce di mio fratello, mentre cercava di staccare il piccone dal corpo del primo giallo.
Un peso notevole mi buttò faccia a terra, sentii una forte pressione sulla gamba sinistra.
Cercai di rigirarmi, era un vecchio con indosso un cappotto invernale, con l’imbottitura che mi si sbriciolava addosso.
L’ascia gli si piantò proprio sulla pelata paglierina.
Infilai l’asta di ferro tra la gamba e la testa del bastardo e feci leva, finché lo scrocchio improvviso della mandibola mi informò che ero libero.
Rossana mi fece un sorriso e si buttò su una ragazza magra che si stava rialzando dopo essere caduta dalla cima della rete.
Marcello mi si avvicinò guardingo: - Stai bene?
Mi toccai la gamba: la gommapiuma sembra aver retto.
- Sì! Hanno beccato Rossana!
Riccardo intanto mulinava la spada tagliando arti in qua e là.
Dal tetto non sparavano più, solo un paio di frecce si piantarono sull’ennesimo giallo in cima ad una delle piramidi.
- Merda! Lasciala perdere, dentro! - disse mio fratello avviandosi alla porta aperta
- Dai Riccardo andiamo! - urlai all’altro, che ne sta fronteggiando due.
Mi fermai pensando di soccorrerlo.
Ma non lo feci.
Avevo le gambe bloccate.
Nel momento in cui la sua spada si conficcava nella clavicola di un ciccione con la tuta da ginnastica, questo piegò di scatto il collo peloso e gli affondò i denti marci sulla mano, strappando il guanto da sci che la proteggeva.
Riccardo lasciò la sua arma e indietreggiò, proprio mentre un altro infetto alto e scattante gli tagliava la via di fuga, tra lui e me, che mi trovavo ancora piantato due metri dalla porta.
Incontrai lo sguardo avido del nuovo arrivato, mi parve di vedervi compiacimento.
Riccardo urlò e quello decise di correre verso di me.
Alzai la mia sbarra, ma nello stesso momento Marcello mi passò accanto e dette una picconata, che però scheggiò soltanto il cemento del cortile. Lo spilungone partì al contrattacco, ma la mia arma lo fece arretrare.
Ormai i gialli calavano quasi indisturbati da tutti e tre i lati della recinzione.
La vigilessa stava scendendo dalla scala in metallo che portava sul tetto: - Via, via dentro!
- Riccardo! Rossana!
Nessuno rispose, tranne gli infetti, che adesso ringhiavano più del solito.
Io e mio fratello arretrammo coprendo gli altri che scendevano dal tetto.
- Aprite! Oh! Aprite, Aiuto!
Buttai un occhio alle mie spalle: la porta era chiusa.
Scusate ma devo ricaricare il computer, giuro non lo faccio per la suspence, a presto!

MAX
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